lunedì 3 ottobre 2011

IL bacio


O quante volte ho ripigliato la penna , e non ho potuto continuare: mi sento un po’ calmato e torno a scriverti.
Teresa giacea sotto il gelso ma che posso dirti che non sia racchiuso in queste parole? Vi amo.
A queste parole tutto ciò ch’io vedeva mi sembra un riso dell’universo: io mirava con gli occhi di riconoscenza il cielo, e mi parea ch’egli si spalancasse per accorgerci !
Si ho baciato Teresa; i fiori e le piante esalavano in quel momento un odore soave; le aure erano tutte in armonia; i rivi risuonavano da lontano; e tutte le cose s’abbellivano allo splendore della Luna che era piena di luce infinita della Divinità. Gli elementi e gli esseri esultavano nella gioia di due cuori ebbri d’amore. Ho baciata e ribaciata quella mano e Teresa mi abbracciava tremante, e trasfondea i suoi sospiri nella mia bocca, e il suo cuore palpitava su questo petto: mirandomi co’ i suoi grandi occhi languenti mi baciava, e le sue labbra umide, socchiuse, mormoravano sulle mie.
Ahi! Che ad un tratto mi si è staccata dal seno quasi atterrita: chiamo sua sorella, e s’alzo correndole incontro. Io me le sono prostrato e tendeva le braccia come per afferrar le sue vesti, manon ho ardito di rattenerla, ne richiamarla.
La sua virtù e non tanto la sua virtù, quanto la sua passione, mi sgomentava:
sentiva e sento rimorso di averla io prima eccitata nel suo cuore innocente.
Ed è rimorso, rimorso di tradimento! Ahi mio cuore codardo, Me le sono accostato tremando.
<<Non posso essere vostra,mai>>e  pronunciò queste parole dal cuore profondo con un occhiata con cui parea rimproverarsi  e compiangermi.
Accompagnandola lungo la via, non mi guardò più; ne io aveva più cuore di dirle parola, Giunta alla Ferriata del giardino mi prese la mano Isabellina e lasciandomi <<Addio>> diss’ella; e rivolgendosi dopo pochi passi <<Addio>>.
Io rimasi estatico: avrei baciate l’orme de’ suoi piedi; pendea un suo braccio, e i capelli rilucenti al raggio della Luna svolazzavano mollemente: ma poi, appena appena il lungo viale  e la foesca ombra degli alberi mi concedevano di travedere le ondeggianti sue vesti che da lontano ancor biancheggiavano; e poi che l’ebbi perduta, tendeva l’orecchio sperando di udir la sua voce. E partendo mi volsi con le braccia aperte, quasi per consolarmi, all’altro di Venere: era anch’esso sparito.

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